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In Google we trust…

da : Rocco Neo Medina: 8 aprile 2010, 18:12

Mentre gli USA condannano Cina e Australia per l’atteggiamento invasivo su Google, pare che in casa propria facciano anche di peggio.

E’ difficile orientarsi in questo gioco: gli USA hanno detto peste e corna sul comportamento del governo cinese in merito all’utilizzo di Google e alla segretezza delle comunicazioni. Anche verso l’Australia, dove un agguerrito senatore Conroy sta cercando di stringere sul controllo della privacy, non si risparmiano attacchi e critiche, sempre con il leit-motiv della libertà personale e dell’inviolabilità della privacy.

A parte i dubbi che abbiamo già espresso circa l’eccessiva simbolizzazione dell’affaire Google-Cina, e su come alla fine sia tutta una questione di immagine e di propaganda da ambo le parti, tocca ora sentire che proprio il governo USA avrebbe più volte chiesto accesso ai servers di Gmail! Sembra che i legali di Google abbiano chiesto ai dipendenti di “rimanere evasivi” se qualcuno gli dovesse chiedere informazioni sulle collaborazioni con il governo.

Lo stesso CEO Eric Schmidt ha ammesso che in alcuni casi sono stati costretti a collaborare con le agenzie governative. 

Brutta cosa, per due motivi: primo perché è sinceramente odioso un comportamento così machiavellico, considerando anche che gli eventuali ingressi del governo USA nei servers di Google vanno a minare non solo la privacy dei loro beneamati connazionali, ma anche e soprattutto quella di milioni di utenti sparsi per il mondo che certo non hanno nessun motivo di essere controllati da un governo straniero.

Secondo, perché così facendo si indebolisce pesantemente la posizione di chi lotta per la libertà e la trasparenza, e si da’ invece nuova forza a chi, come Conroy e tanti altri, spinge verso un maggiore controllo sostenendo che in fin dei conti non c’è da fidarsi un granché di un’industria commerciale che detiene così tanti dati sensibili.

Fra l’incudine e il martello insomma.


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