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Boom della musica digitale, soprattutto di quella illegale

da : Lorenzo Di Palma: Gennaio 16, 2009, 6:35 pm

Sempre più vendite on line per la musica.

Il business della musica digitale ha conosciuto un vero e proprio boom l’anno scorso con un incremento del 25 per cento, cosa che significa che ora le piattaforme digitali pesano per quasi il 20 per cento nelle vendite globali del settore discografico.

Le cifre rivelano che l’industria discografica oramai ottiene una grossa porzione delle sue entrate dalle vendite digitali, molto più dell’industria cinematografica, dei giornali, dei videogiochi e delle riviste messe insieme.

L’incremento maggiore delle vendite digitali è stato registrato nel Regno Unito dove sono state aumentate del 45 per cento, in pratica 110 milioni di canzoni scaricate in un anno. E anche le vendite online di album completi hanno visto un incremento del 65 per cento arrivando a 10,3 milioni.

Tutto questo sembra grandioso per i siti di vendita on line di canzoni, ma nessuno nell’industria discografica sembra fare i salti di gioia. Perché? Perché i “pirati” hanno vinto ancora, anche e soprattutto quest’anno.

L’IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) calcola che la percentuale di download illegale di musica l’anno scorso  è stata pari a circa il 95 per cento, in pratica oltre 40 miliardi di file illegalmente condivisi nel 2008.

Le stime che riguardo il Regno Unito (il mercato discografico più maturo in Europa) dicono che il i soldi persi a causa del download illegale l’anno scorso hanno superato i 180 milioni di sterline e saranno complessivamente 1,1 miliardi di sterline da qui al 2012 se non si farà subito qualcosa per arginare il fenomeno.

Nessuno si sorprende d’altronde: perché la gente dovrebbe pagare per qualcosa che trova gratis sulla rete? John Kennedy, chairman e chief executive dell’IFPI, dice: “C’è un importante dibattito sulle condizioni in cui versa il nostro settore e tutte le persone che ci lavorano e in qualche modo ne sono collegate. I governi stanno iniziando ad accettare l’idea che, nel dibattito sui “contenuti free” e sul coinvolgimento degli ISP nella tutela dei diritti di proprietà intellettuale, non fare nulla significherebbe compromettere tutto il futuro del commercio di contenuti digitali”.


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